Stavo a Cayo Largo, una striscia di paradiso cubano incastonato nel mare dei Caraibi, e ancora adesso se chiudo gli occhi vedo quella spiaggia bianca e l’acqua trasparente in tutte le tonalità del turchese. Era il classico posto da cartolina dove sorseggiare un mojito sotto una palma, dimenticando le e-mail e persino il calendario.

Ma ho scoperto che quel paradiso aveva un difetto. Aveva sei zampe, si chiamava tafano e sembrava avere un radar per le caviglie degli ignari turisti. Ma poi ho pensato che la natura fa semplicemente il suo corso, e che siamo noi turisti degli intrusi di passaggio. Quella sera dopo cena nel ristorante del piccolo resort mi sono alzata per tornare al mio bungalow, e appena fuori dalla porta mi sono trovata davanti a un fiume pulsante rosso fuoco che si estendeva a perdita d’occhio lungo il sentiero. Una massa pullulante di granchi rossi che ondulavano compatti, impassibili, come se fossero i veri padroni dell’isola e io ancora una volta quell’intrusa appena tollerata.

Con coraggio ho messo un piede oltre la soglia del ristorante, poi un altro, poi un altro, e man mano che avanzavo l’armata di granchi rosso fiammante si scostava in massa verso i bordi del sentiero. Così sono riuscita a raggiungere la mia camera, dove dietro la porta ho trovato un granchio minuscolo che era riuscito a passare sotto la porta chiusa; un granchietto che aveva avuto più coraggio di me. Con la scarpa l’ho guidato fuori con delicatezza, pensando come la natura non perde mai l’occasione di sorprenderci.


