Già nel nome “Poggiodomo” (da podion, derivante da pedana e domo, vale a dire mettere a coltura) è racchiusa l’anima di questo territorio, tra i più belli ed incontaminati dell’Umbria sud-orientale. Qui il lavoro dell’uomo si è fuso alla natura nell’armonia della continuità e del destino che solo i moneti sanno preservare dalla frenesia del fare. E chiusi gli occhi, il viaggiatore potrà ripercorrere con il volo dell’aquila i mille colori dell’imponente Massiccio del Coscerno, lungo le antiche via della transumanza, monte che veglia e che nel nome (cernere, guardare, bella vista) racchiude un destino quello di una vista senza frontiere. Il più piccolo comune dell’Umbria, ad un’altitudine di 1000 metri sopra il livello del mare, affonda le sue origini nel XII secolo, quando fu edificato il castello originario su uno sperone di roccia a guardia della Valle del Tissino. Ancora oggi, nonostante siano trascorsi 800 anni, Poggiodomo conserva il suo fascino più segreto. Non esiste cornice migliore per trascorrere un weekend primaverile all’insegna dell’arte, della storia e dello natura. Ecco, quindi, 3 cose assolutamente da fare a Poggiodomo per Pasqua.

Mucciafora è un balcone che spazia nel vuoto, e se è vero che il nome deriva dal termine gallo – latino muciare (nascondersi), e dà cosi credito alla storia di un luogo inaccessibile, il paese è pero lì, come una sentinella che scruta l’orizzonte, bandiera di pietra che marca il territorio. Le strade del borgo convergono tutte verso la Chiesa di San Bartolomeo, la quale deve il suo aspetto attuale all’opera di Don Mattia Amadio che ne curò il restauro dopo il sisma del 1703. Suggestiva la cerimonia dell’ostensione delle numerose reliquie raccolte da Don Mattia, che si ripete ogni anno il 24 agosto, in occasione della festa patronale in onore di San Bartolomeo. A monte dell’abitato, l’Altipiano dell’Immagine: una vasta distesa ondulata ai piedi del Coscerno, punteggiata di casolari e che culmina affacciandosi sul Nera, come a rompere l’isolamento.

Del nucleo originario, che aveva l’impianto urbanistico di un castello, si conservano ancora due porte di accesso ed alcune sezioni della cinta murario inglobate nelle abitazioni private. Abbandonata la parte più a valle, il borgo di Poggiodomo si sviluppo a monte: fu così che la Chiesa di San Carlo Borromeo divenne il centro della vita sociale, civile e religiosa del castello. L’interno, a navata unica, conserva altari lignei barocchi commissionati dalle famiglie benestanti del luogo, sui quali sono collocati dipinti coevi raffiguranti la Natività e la Visitazione, fra tutte. Nell’abside, invece, è collocata una pregevole tela raffigurante la Deposizione e proveniente dalla chiesa rupestre di Santa Filomena, i cui ruderi sono ancora visibili poco fuori dal centro storico.

A testimonianze dell’opera di committenza di tutta la popolazione, sulla cantoria e sul basamento della colonna destra dell’altare maggiore è raffigurato il vecchio stemma della Congregazione dei Possidenti: due mani incrociate che poi, quando Poggiodomo distaccatosi da Cascia nel 1809 divenne comune autonomo, fu ereditato dalla nuova istituzione, simbolo che sta ad esprimere la sintesi delle capacità di ascolto ,di meditazione ed attenzione dei suoi abitanti.


