Dopo una fiera turistica a Rio de Janiero, mi sono trovato in viaggio verso lo stato del Minas Gerais, la regione brasiliana delle antiche miniere d’oro e cittadine coloniali. Mi aspettavo un viaggio affascinante e coinvolgente, perché è questo che ti regala sempre il più esteso paese latinoamericano, senza immaginare che avrebbe lasciato un segno profondo nel mio cuore.
Perché nel Minas Gerais mi innamorai. Di un uomo piccolo, malandato, mulatto. Deforme, segnato da una malattia che gli aveva portato via le dita, tanto da dover farsi legare scalpello e martello ai polsi per continuare a scolpire. Di giorno si nascondeva, per vergogna. Di notte usciva, e creava meraviglia. Si chiamava Antônio Francisco Lisboa, figlio di una schiava nera e un architetto portoghese. Ma il mondo lo avrebbe conosciuto come Aleijadinho, il piccolo storpio, famoso per le sue chiese barocche come quella di Ouro Preto espressione sublime della sua maestria nella scultura barocca e nella raffinatezza dei dettagli architettonici.

La scintilla del mio colpo di fulmine si è accesa a Congonhas do Campo, sulla scalinata davanti alla chiesa del Bom Jesus de Matosinhos. Salivo la ripida salita della Via Crucis a piedi, sui due lati sei cappelle votive, con scene scolpite della Passione. Capolavori, si, ma non ebbi quasi il tempo di soffermarmi su di loro, lo sguardo fisso sulla straordinaria narrativa scultoria in cima alla salita: figure a grandezza reale in pietra saponaria in posa sopra il parapetto di una piccola chiesa, stagliati contro un cielo blu cobalto. Dodici profeti fieri, alteri e teatrali in atteggiamenti di straordinario realismo, quasi fossero colti nell’atto di danzare, ondeggiare, voltare e comunicare con gesti vivi. E in quell’istante capì di trovarmi davanti qualcosa di irripetibile. Un piccolo grande amore per Aleijadinho, il Michelangelo del Brasile, che in quella pietra aveva scolpito la sua anima.


