L’invito è arrivato così, con la disinvoltura di chi offre un tè alla menta: “Dovete passare una notte a Wadi Rum.” Veniva dal ministro del turismo giordano, e quando parla un ministro, la valigia si fa da sola.
Ed eccoci catapultati verso sud, lungo una strada che s’infilava tra rocce rosse e sogni antichi verso Wadi Rum. Il regno di Lawrence d’Arabia, il bel tenebroso tenente inglese che s’innamorò del deserto più rovente della Giordania e decise di farci la rivoluzione. Letteralmente, e lasciando ricordi struggenti nelle pagine del suo più grande romanzo “I sette pilastri della saggezza.”

Nelle estese senza soluzione di continuità di Wadi Rum il sole, poeta silenzioso, tingeva l’aria di desideri e di pennellate rosa e rame, la sabbia si arrendeva al vento, e ogni pietra raccontava una storia. Ai tempi – e non parliamo dei tempi di Lawrence, ma di qualche anno fa – quel deserto era ancora vergine. Niente campi tendati ben attrezzati, solo cielo, sabbia, e i beduini che arrivavano su fuoristrada e, con grande savoir-faire, montavano modesti accampamenti: le tende distribuite a mezzaluna come per far la corte alla luna.

Poi al calar del sole tutti intorno a un braciere con fiamme danzanti per il barbecue beduino accompagnato dall’arak, l’alcolico locale noto anche come “latte di leone”, che sa di anice e poesia. E come per magia il cielo si vestiva di gemme luminose e il deserto si tingeva di silenzio. Un silenzio assordante e colmo di emozioni sotto un manto trapuntato di astri, e alloraera chiaro perché Lawrence aveva descritto il suo deserto come “vasto, echeggiante e simile a una divinità”.



