
Singapore ha la precisione di un orologio svizzero, il calore di una giungla tropicale e una gaiezza misurata. È una città dove tutto funziona, dove nessuno mastica chewing gum per strada e le piante lungo la Orchard Road sono così ben tenute da sembrare disegnate. Questa arteria principale, lunga tre chilometri, è una passerella di luci e tentazioni, con boutique di seta e cachemire, gallerie d’arte, antiquari, e ristoranti di cucina locale, come quelli noti per il piatto tipico, la gustosa e piccante zuppa Singapore Laksa.

A poca distanza, in una via tranquilla, trovai una bottega tibetana, la vetrina un mosaico di colori e materiali, da tessuti ricamati e statue di bronzo a scatole di legno profumato, e da collane di giada a monete lise dal tempo. Incuriosita, entrai. All’interno, l’aria aveva un odore di legno antico e incenso, e la luce cadeva soffusa sugli scaffali. Osservavo una piccola figura del Buddha quando una voce, calma ma improvvisa, disse: “Signora, sta cadendo tutto intorno a lei”.

Abbassai lo sguardo. Non cadeva nulla. Poi lo vidi: un uomo alto, capelli bianchi raccolti sulla nuca, zigomi alti, che con la mano descrisse il gesto dell’acqua che scende. “Sono energie negative”, spiegò. “Non sue. Le ha portate qui, ma ora stanno scivolando via”.
Ci sedemmo e mi raccontò di anni passati come monaco buddhista, di viaggi, del suo arrivo a Singapore. Parlava come chi misura ogni parola, lasciando i silenzi a riempire i vuoti. Quando finalmente mi alzai per andarmene, mi prese la mano: “Non si avvicini al casinò del suo albergo. È lì che vivono le energie negative”. Ripresi a camminare, pensando che per tornare in camera sarei dovuta passare proprio attraverso il casinò. E mi chiedo ancora oggi come facesse lui a saperlo.



