Lady Globetrotter
Ho spesso pensato che il mondo si riveli al meglio quando lo si paragona al cibo – sensoriale, stuzzicante. Perché il viaggio, nella sua forma più invitante, è come un menu degustazione, con luoghi che restano come una spezia sulla lingua, mentre altri si sciolgono dolcemente, lasciando memoria e luce.
Come sull’isola di Amorgos dove il monastero di Panagia Hozoviotissa si staglia contro una parete di roccia a picco come una grande lastra di feta premuta contro la pietra color ruggine, sospesa sopra l’azzurro scintillante del Mar Egeo. Stretto e imbiancato a calce, sembra quasi di poterlo assaporare: salato e stagionato al sole da secoli di vento e silenzio. La salita è ripida e mozzafiato, come l’attesa del primo boccone, e dalle sue terrazze il mare si distende liscio come olio d’oliva su un piatto di porcellana.

E mi ricordo del Lago Titicaca, tra le Ande a quasi 4.000 metri d’altezza, che giace immobile e brunito come una scodella di brodo aromatico. La sua superficie a malapena si increspa sotto le galleggianti isole Uros: case intrecciate di paglia adagiate su letti di canne, come crostini dorati sparsi sulla zuppa. I colori sono caldi, dall’ocra al miele al grano tostato, e piccole barche di giunco scivolano silenziosi sull’acqua, come se bastasse un sussurro spezzato a far inclinare la scodella e rovesciarne il contenuto.
In El Salvador la piazzetta di Suchitoto mi è sembrato un sogno da pasticcere. Le case coloniali dipinte in tonalità sorbetto di mango, pistacchio e papaya, disposte con ordine attorno alla plaza come una scatola di pasticcini variopinti, e al centro la facciata bianca della chiesa di Santa Lucia, soffice ed eterea come un marshmallow. Nella luce del tardo pomeriggio l’intera scena mi sembrava risplendere come spolverata di zucchero a velo, e ho pensato come il mondo ci offre le sue portate con generosità, e come noi viaggiatori ci muoviamo da una tavola all’altra nella speranza che il boccone migliore debba ancora arrivare.


