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Home Turismo UMBRIA SEGRETA SULLE TRACCE DEI NAHARKI, GLI ANTICHI FIGLI DEL NERA

SULLE TRACCE DEI NAHARKI, GLI ANTICHI FIGLI DEL NERA

Il termine arcaico Nahar è correlato all’etnia dei Sabini “protagonisti” – scrive lo storico Nicola Fierro nella storia dell’Italia antica. Tale idronimo sabino (dal latino Nar, fiume Nera, affluente del Tevere) ha dato origine al geotoponimo Valle del Nera o Valnerina. L’etnico Naharce – nelle varianti Naharcon o Naharcum – documentato nelle Tabulae Iguvinae ed in testi medioevali, è sicuramente riferito all’idronimo Nahar. I Naharci o Nagarki, definiti nelle Tavole Iguvine nemici degli umbri, erano gli abitanti autoctoni della Valle del Nera, come ampiamente sostenuto dalla voce autorevole di Giacomo Devoto. E’ storicamente plausibile l’identificazione etnica fra Sabini e Naharki: Roma è tributaria verso la cultura umbro – sabina, sostiene Ancillotti Cerri, nel campo dei riti religiosi e dell’organizzazione del sistema giuridico. Nelle Tavole bronzee di Gubbio (III – II secolo a.C.), considerate il più antico documento rituale e linguistico in lingua umbra e latina, conservato nel Museo civico di Gubbio, si trovano riferimenti molto importati alla civiltà umbra preromana. In tale eccezionale documento epigrafico la corporazione religiosa degli Atiedii lancia esecrazioni per motivi etnici contro stranieri e nemici, fra i quali trovano menzione proprio i Naharki. Nei periodi di ostilità, secondo la religione teriomorfica pratica nell’egubino, il flamine (sacerdote) malediceva il nume tutelare della tribù nemica, il numen Naharcum.

Un dettaglio delle Tavole Egubine

Un interessante riferimento ai Naharci è contenuto in un progetto per la realizzazione di un film- documentario ideato dal regista Carmine Todisco nel 1997. Nella sceneggiatura di questo film si legge: “…in seguito ad una maledizione una tribù osco – umbra, i Narci, dovette lasciare la sua sede originaria, in territorio di Santa Anatolia di Narco e spostandosi verso Sud, penetrò in territorio Campano stabilendosi nella piana di Paestum. E’ da reputare in egual modo importante l’analisi storiografica di Ancillotti – Cerri nel libro “Tavole di Gubbio – La civiltà degli Umbri”. In questo testo si parla di “nazione naharca”, di unità linguistica e culturale del mondo sabino – umbro – piceo, di debito di Roma verso tale realtà etnica con riferimento alla ritualità religiosa ed all’organizzazione sociale, militare e giuridica. Il diritto romano non a caso affonda le sue radici nella cultura umbro – sabina, a sottolineare l’apporto con cui la civiltà protostorica umbra contribuì alla formazione della cultura di Roma primigenia.

Uno degli archeologici che ha lavorato nel tempo nei siti della Valnerina

Il più importante tra gli insediamenti dei Naharci sorge in corrispondenza di un terrazzo fluviale pedemontano, nelle vicinanze di un’interessante area archeologica di memoria proto italica. Tale insediamento è documentato archeologicamente sin dall’VIII secolo a.C. Nell’autunno del 1883 viene effettuata una campagna di scavi nel sito denominato “Il Piano”, a monte dell’attuale insediamento di Sant’Anatolia di Narco. All’archeologo e storiografo Giuseppe Sordini viene conferito dal Governo Nazionale l’incarico di Regio Ispettore per sovrintendere agli scavi e redigerne un dettagliato rapporto.La relazione del Sordini consente di valutare la straordinarietà di una necropoli in uso dall’VIII secolo avanti Cristo. E’ venuto alla luce un ricco corredo funerario, le cui parti costituenti sono oggi custodite nei musei più importanti del Centro Italia. Tali reperti documentano l’uso ininterrotto, per circa un millennio, della necropoli del “Piano” di Santa Anatolia di Narco. A Firenze, all’interno del Museo Archeologico della Città, sono custoditi uno scudo “Naharco” in lamina bronzea sbalzata (VIII secolo a.C.) ed un’anforetta in ceramica decorata di produzione sabina (VI secolo a.C.). Nel Circuito Museale Archeologico di Perugia sono invece conservate, fra le acquisizioni postume, fibule bronzee e 35 perle di collana in pasta vietrea, frequenti nei corredi funerari dell’età del ferro mentre, nella vicina Spoleto, all’interno dell’omonima struttura museale, è conservata tra altri reperti il frammento di una spada in ferro (VI secolo).

 Piano delle Melette

Ott 10, 2025AdminEmo2019
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