Nel Sarawak, la parte malese del Borneo dove la giungla ha sempre l’ultima parola, la nostra guida era Carolina. Piccola e sorridente ci raccontava i segreti antichi e le credenze locali della sua isola.
“Prenda mio padre”, disse un pomeriggio. “E’ un membro del parlamento e tutti lo chiamano il figlio del bucero. Quando nacque, mio nonno aveva novantanove anni e una moglie molto giovane. Si diceva che un uomo così vecchio non potesse avere figli, e che il vero padre di Papà fosse il bucero, l’uccello sacro del Borneo”. Il bucero dal becco enorme e dallo sguardo antico. Un padre improbabile, ma chi osa discutere con gli spiriti?

Quella stessa sera in albergo a Mulu, tra le grotte più grandi del mondo, prima di congedarsi, Caroline ci ammonì: “Qui ogni cosa ha un’anima. Non cogliete fiori, non scheggiate rocce, non spezzate rami. E non uccidete insetti. Gli spiriti non dimenticano”.
La mattina seguente, uno dei ragazzi del gruppo si avvicinò, e mi sussurrò di aver vissuto una notte da incubo. Un ronzio insistente lo svegliò e, accendendo la luce, vide un grande calabrone che volteggiava nella stanza. Lo colpì con la scarpa. Silenzio. Spense la luce.

Poi tutto intorno si sono accesi suoni strani, risate soffocate e strilli lontani e poi all’improvviso, un battito d’ali potente. Qualcosa gli sfiora la testa. Corre in bagno, e incredulo vede di avere quattro graffi lineari e sanguinanti sulla testa. “Caroline aveva ragione. Ho ucciso l’insetto e gli spiriti di Mulu mi hanno punito”. Guardando quei segni ho pensato a quello che legava il compagno di viaggio punito dal calabrone e il padre di Caroline: entrambi avevano incontrato qualcosa che sfidava la ragione, che chiedeva rispetto.



