Oggi un tour in favela a Rio è quasi mainstream, il lato “autentico” del viaggio da postare su Instagram. Ma quando ci sono andata io tanti anni fa, entrare nella favela di Rocinha era più un atto di coraggio che di curiosità.
Tre ragazzi con un look hardcore ci vengono a prendere su un pick-up scassato. Niente poltrone, niente cinture, solo lamiera e adrenalina. In pochi minuti voliamo su per la strada tortuosa che dalla spiaggia di São Conrado si arrampica verso Rocinha, con oltre 100.000 abitanti la favela più grande di Rio e del Brasile.

Tra case fatte di lamiera e mucchi caotici di mattoni,saliamo le stradine sterrate, tra bambini sorridenti e donne chine a pulire lungo i margini delle fogne a cielo aperto con l’impegno di chi sa che la vita va presa a colpi di scopa e dignità. Uno dei capi ci porta in cima, per visitare la palestra a cielo aperto dove i ballerini samba della favela si preparavano per il Carnevale. Sotto di noi, ville con piscina e SUV luccicanti. Davanti, il Pan di Zucchero e il Cristo Redentore.

Il capo ci racconta che a Rocinha la vita scorre con un ritmo proprio e che gli abitanti si aiutano, si difendono. “Qui siamo una grande famiglia,” disse con orgoglio. “Contro la conformità là fuori, quella creata da una politica storta che vuole tutti zitti. Poi, con un gesto teatrale, indicando le ville e i SUV “Quei ricchi là sotto pensano di avere tutto…ma guardate che panorama abbiamo noi!” Eh già, la vista più bella del mondo era loro. E per un attimo, anche mia.


