testo e immagini di Anna Quaglia
A passeggio la sera perle strade di Londra alla ricerca di pub storici come ad esempio il Lamb and Flag in Rose Street. L’età dell’dificio non è molto chiara: sembra risalga all’inizio del XVIII secolo ma divenne pub nel 1772. Trovarlo non è stato semplice, ma alla fine il chiasso prodotto da voci e risate mi ha guidato facendomi capire che dovevo essere molto vicina alla meta. Svolto in un vicolo, poi in un altro, un labirinto di stradine, mi trovo davanti bidoni vuoti di birra e gruppi di persone in piedi che bevono, chiacchierano e ridono. Erano solo le 20:00, ma gli effetti dell’alcol erano già evidenti.
Lamb and Flag
Siamo in pieno centro della capitale britannica, nel cuore di Covent Garden, un quartiere ora sinonimo di teatri e di una vibrante vita notturna ma in passato era meglio non avventurarsi lungo questi vicoli stretti e bui. Infatti il pub si guadagnò il nome di “Bucket of Blood” (Il secchio di sangue) perché il piano superiore ospitava incontri di pugilato a mani nude ed è anche famoso perché, nel vicolo, il celebre poeta John Dryden fu aggredito per aver scritto versi satirici rivolti ad un conte.
Lamb and Flag
All’interno, una placca ricorda la triste esperienza del poeta. Anche Charles Dickens amava immergersi nell’atmosfera movimentata di questo quartiere e dello stesso pub: gli serviva come ispirazione per i suoi racconti.
Una volta entrata, l’anima del pub si rivela in tutta la sua esuberante fierezza: la solita semioscurità, i ragazzi al bancone indaffarati a servire birre, il brusio di voci e il frastuono delle risate. Oggi il pub è uno dei più frequentati, nessun pericolo di scontri e tantomeno di incontri spiacevoli.
The Blackfriar
The Blackfriar, a due passi dall’omonimo ponte e dalla stazione della Metropolitana. Non è immediato scorgerlo nel buio della sera e riconoscerne la sagoma perché la zona è illuminata dalla luce fioca di vecchi lampioni. Stretto tra due strade, stupisce la forma a cuneo di questo edificio costruito sul luogo che nel XIII secolo ospitava un convento di frati domenicani chiamati “Black Friars” (Frati Neri) perché indossavano un mantello nero sopra la tunica bianca. Sopra l’ingresso principale ci accoglie la statua di un frate gioioso e corpulento. Si crede sia l’unico pub in stile Art Nouveau di Londra, opera di un architetto e di un gruppo di scultori che all’inizio del ‘900 decisero di rinnovare gli interni e ricreare il passato monastico in chiave ironica: il sacro si mescola al profano.
The Blackfriar
Così il pub si riempie di marmi, soffitti dorati, mosaici che raffigurano “frati allegri” ma anche “laboriosi”. Negli anni ’60 l’edificio rischiò di essere demolito ma fortunatamente un poeta appassionato di architettura, Sir John Betjeman, iniziò con successo una campagna pubblica per preservarlo. Quando arrivo davanti al pub sono anche qui colpita da voci, risate, chiacchiere ed è difficile entrare nel locale. Non mi soffermo al bancone ma proseguo verso la saletta posteriore ricavata da quella che in passato era un’arcata di un ponte ferroviario: è rivestita di marmi con soffitti a botte e motti filosofici ed ironici sulle pareti. Mentre si mangia i fraticelli ci osservano incuriositi, a volte con sguardi severi, a volte bonaccioni: sembrano felici perché quel luogo è stato “miracolosamente” – aggiungo io – salvato. Quindi innalziamo una pinta di birra in onore di chi ha preservato un tale gioiello.
The Blackfriar
Quando entrate in questi pub – suggerisco di prenotare in anticipo se volete cenare – scordatevi i tavoli grandi con tovaglie e tovaglioli di tessuto, spazi enormi: i tavolini sono piccoli, le tovaglie non esistono, i tovaglioli sono di carta e avvolgono le posate, a volte per leggere il menù è necessaria la luce del cellulare – strano usare la tecnologia in luoghi come questi – il brusio delle voci è continuo, l’odore di birra e alcol sono ovunque: nulla è cambiato rispetto al passato.


