Viaggio in Etiopia. Tra umanità e cultura

Testo e foto di Teresa Carrubba

Mal d’Africa. Per molti è l’atmosfera selvaggia dei parchi naturali, i branchi di elefanti, la fierezza dei leoni, di una terra sconfinata e senza tempo, delle tribù guerriere dai volti tinti di simboli, delle danze ossessive al suono ossessivo di tamburi, del mare caldo in cui vagano sinuosi sciami di pesci che sembrano dipinti a mano. A me è rimasto negli occhi e nel cuore quello sguardo…. Uno sguardo smarrito, dalla tristezza congenita che non conosce né spera alternative. Lo sguardo delle frotte di bambini malvestiti e scalzi che, come per una sorta di tacito tam-tam, si precipitavano giù dalla montagna, sbucati non si sa da dove, ogni qualvolta la nostra carovana di fuoristrada faceva una sosta per permetterci di fotografare e sgranchirci le gambe. Scendevano giù, soli o con adulti, non una parola, ma con quello sguardo più eloquente di qualsiasi discorso. Ci circondavano stretti, occhi verso l’alto, mostrando timidamente l’accenno di una mano. Per ricevere. Non soldi, no, che se ne farebbero in quel territorio aspro e desolato dell’acrocoro etiope, dove anche  per istruirsi devono percorrere vari chilometri a piedi sotto un sole gagliardo prima di raggiungere la scuola? Quella mano incerta chiede una penna, un quaderno, dolciumi, una maglietta. Qualcosa in cui, seppur piccola, non sono avvezzi a sperare. E quello sguardo carico di rassegnazione, per un attimo veniva trafitto da un lampo di luce, un misto di gratitudine e di dolcezza, quando noi attingevamo nei sacchi di acquisti mirati regalando loro scarpe, magliette e biscotti. Indossandoli subito, si sentivano trasformati, ma prendevano volentieri il sacchetto con il vecchio lacero vestito da portar via. Dignità, saggezza? Forse tutte e due, forse l’indigenza è un’insegnante migliore del benessere. Mal d’Africa. Nostalgia di un mondo dimenticato, dove la scala delle priorità ha ben pochi gradini. Dove ci s’incanta, con gli occhi pieni di stupore, ammirazione e tristezza, di fronte alla commovente processione di persone che si spostano da un mercato all’altro scendendo dalla montagna in un percorso accidentato, con pecore, asini, povere mercanzie e granaglie spesso trasportate da donne, in ceste sulla testa. Se non fosse uno scenario che stringe il cuore, ci sarebbe da ammirare la fierezza di uomini anziani che affrontano una fatica sedimentata negli anni ,tenendo a bada la loro capretta che con ogni probabilità cercheranno di vendere per sopravvivere. E la notoria bellezza delle donne etiopi dai coloratissimi abiti che portano con sé scialli di cotone lavorati al telaio o tonde ceste di paglia intrecciata in cui trasportano giganti sfoglie sovrapposte di ingera, pane etiopico ottenuto dalla fermentazione di un cereale locale, il teff. Una sorta di piadina dal gusto acidulo. Abbiamo incrociato una di queste processioni nei pressi di Bahar Dar, lungo la salita impervia necessaria per raggiungere Tississat, la spettacolare Cascata del Nilo Azzurro. Durante la salita, per noi più aspra che per gli avvezzi etiopi, il sole è impietoso, le leggere folate di vento alzano la sottile polvere e mescolano gli odori pungenti della frutta e delle erbe trasportate. E di ben altra merce, che qui in Etiopia si è diffusa rapidamente, il qat, una speciale erba venduta in mazzetti più o meno grandi. Masticate a lungo, le foglioline fanno sparire la fame e la fatica e regalano un senso d’euforia, una via di fuga dai tanti problemi.

In cima alla salita, annunciata dal fragore dell’acqua nel totale silenzio, la magnifica Cascata del Nilo che precipita per 50 metri in una gola suggestiva alla fine di una parete di basalto, tufo e ossidiana. Il sole violento rifrange luce sull’acqua nebulizzata creando spettacolari arcobaleni nell’aria tersa d’alta quota. L’effetto sorpresa è garantito in quest’oasi idilliaca che, ci hanno assicurato, a settembre si ricopre di coloratissimi fiori. Tutt’altro contesto a Gondar, considerata una delle città più interessanti dell’Etiopia, dal passato glorioso, che mantiene la maestosità del periodo degli imperatori (‘600 e ‘700) attraverso i castelli, come quello spettacolare di Fasiladàs con le sue imponenti torri, e quello di Iasù I, a pianta rettangolare. E alcune superstiti delle sue 44 chiese antiche, tra cui, davvero singolare, quella di Debre Berhàn Selassiè con un superbo soffitto interamente dipinto a teste di “serafini”.

Ma la chicca dell’acrocoro dell’Etiopia, e forse di tutto il Paese, è Lalibela, a un’altitudine tra i 2500 e i 3000 m. dichiarata dall’Unesco Patrimonio dell’Umanità. Ci si arriva attraverso una lunga strada costruita dai cinesi che costeggia villaggi e vallate e poi per strade sterrate di montagna che seguono il percorso del fiume Takazzè. E’ qui che deve venire il viaggiatore che intende scoprire l’Etiopia più genuina, quella che affascina. I mille villaggi con le case costruite con tralicci di legno, fango e paglia, talvolta in pietra nelle zone montane, sono la vera immagine di quest’area la cui vita quotidiana gravita intorno al mercato, alla chiesa e al bunna-bet, il caffè, punto d’incontro locale. La strada è uno spaccato della vivacità di questi centri abitati. Un continuo viavai di persone, di carretti, di animali. Bambini e ragazzi che vanno a scuola con le loro divise colorate, uomini che trascinano fagotti o camminano appoggiando i polsi su un leggero bastone posto sulle spalle, giovani donne vestite all’europea e ben curate. Lungo la strada capita di incrociare un nutrito gruppo di persone meste con vesti bianche, che seguono un funerale o, in aperta campagna, all’ombra di un’immensa acacia, un assembramento di uomini tutti in piedi attorno all’albero intenti a discutere di qualcosa d’interesse comune per il villaggio.

Da lontano non si vede, Lalibela. Il luogo santo della città si apre quasi all’improvviso nella roccia su cui si cammina. Per primi si scorgono i tetti separati da profondi cunicoli che girano tutt’intorno ai templi, trasformandosi in cortili, passaggi, portici. Dopo la presa di Gerusalemme da parte del Saladino, per favorire i pellegrinaggi ormai impraticabili in Terra Santa, il re Lalibela decise di fondare qui una seconda Gerusalemme, a Roha, che divenne centro di attrazione per tutta l’Etiopia. Chiamò centinaia di architetti, scalpellini e manovali. Svuotarono giganteschi monoliti creando all’interno la struttura di una chiesa. Undici copie di altrettanti luoghi santi, che costituiscono il più interessante complesso di chiese rupestri del mondo. Chilometri di cunicoli collegano le sue diverse unità attraverso cripte e spelonche nella cui apertura c’è sempre un monaco rannicchiato sul suo libro di preghiera. Sorgenti sotterranee alimentano grandi vasche limacciose per le immersioni rituali. Attraverso lunghe scale di gradini stretti, gremite di fedeli, inizia una discesa nella Lalibela sotterranea dove la fede è fatta di gesti elementari, che uniscono i misteri del Cristianesimo con l’anima africana. C’è chi all’ingresso di ogni chiesa si prostra a terra e bacia la pietra che per questo diventa scivolosa. Poi rende omaggio alla croce che il monaco ogni volta tiene in mano per mostrarla ai fedeli. Una diversa dall’altra, le croci copte sono un prezioso amalgama di misticismo e arte orafa per via della perfetta realizzazione che le rende anche appetibili come acquisto per la memoria del viaggio. Le chiese sono ancora suddivise in tre settori, quello centrale è il sancta sanctorum, dove possono entrare solo i sacerdoti e che è chiusa alla vista del pubblico. Il secondo è riservato alla celebrazione della messa cui prendono parte i diaconi, mentre il terzo è aperto ai fedeli che intendono comunicarsi, cioè che sono puri. La maggior parte della gente resta fuori, nel cortile o nel giardino della chiesa, che è sempre la parte più affollata in quanto la tradizione copta è molto esigente sullo stato di purezza necessario per entrare in chiesa.

Un po’ di storia

Son trascorsi tre quarti di secolo da quando andammo a conquistare l’Abissinia che diventò il nostro effimero impero. Oggi il Negus è sbiadito nella storia. Resta il fascino di uno spicchio d’Africa ancora ricco di malìa e di contrasti, dalla suggestione dei monasteri copti al volto arido e spietato del deserto della Dancalia.

L’Etiopia è l’unico Paese africano a sud del Sahara ad aver avuto la scrittura da tempi antichi, il che ci permette di leggere il suo passato. Già all’inizio dell’era cristiana il nord dell’Etiopia fu sede di un importante regno, quello di Axum, che gareggiava in potenza con la Persia e Roma. L’Etiopia si convertì al cristianesimo nel IV secolo quando ancora gran parte dell’Europa era pagana. Grazie a ciò fu costellata da monasteri dove fiorirono la cultura, la preghiera e la trascrizione di testi sacri e ancor oggi sull’altopiano si trovano molte chiese che nascondono inestimabili tesori d’arte. Per lungo tempo separata dal resto del mondo a causa di una fascia semidesertica che circonda gli altopiani e dall’inimicizia dei musulmani che li assediavano da più parti, l’Etiopia cristiana si richiuse in se stessa cristallizzandosi in forme culturali e religiose che sono rimaste immutate per secoli. Fino alla rivoluzione socialista del 1974 si viveva come un secolo fa: pochi centri abitati, un’immensa campagna punteggiata da villaggi, chiese e monasteri, un imperatore onnipotente, il Negus, che reggeva il Paese con l’appoggio del clero e dei nobili. Oggi le cose sono molto cambiate. La nobiltà è stata soppressa, la terra nazionalizzata. Una capillare campagna di alfabetizzazione sta creando una nuova coscienza sociale. In profondità però le cose mutano più lentamente e le campagne di questo immenso Paese continuano a presentare l’immagine di sempre.

Piatti etiopi

I cibi hanno come base del condimento una polvere chiamata berberè ottenuta da un miscuglio di peperoncini rossi, spezie e aromi triturati ed essiccati. C’è tutta un’arte e una cultura del mangiare: ci si siede tutti insieme attorno ad un grande vassoio di paglia tondo su cui è stata adagiata una sfoglia di ingera, il pane etiopico ottenuto dalla fermentazione del teff, tipico cereale locale. Sull’ingera vengono posti mucchietti di pietanze diverse che si portano alla bocca con le mani avvolgendole in un lembo di ingera. Rituale tipico durante il pasto è quello di preparare un boccone e portarlo con le proprie mani alla bocca dell’ospite di riguardo o di una persona cara. Le pietanze sono di vario tipo e con cottura assai elaborata. La carne di bovino, pecora o capretto è quasi sempre presente, ma c’è anche tutta una serie di piatti vegetariani perché la religione copta prescrive numerosi giorni nei quali si possono mangiare solo verdure. Scirò, un purè di farina di ceci, alliccià, una sorta di ratatouille di verdure non piccante, con zenzero, tanto per fare un esempio di piatti sfiziosi.

Insieme a questi cibi si può bere il tej, bevanda alcolica ottenuta dalla fermentazione del miele e che, sebbene dolce, ben si accompagna al cibo piccante e speziato. Esiste anche una birra di produzione artigianale chiamata tella e basata sulla fermentazione dell’orzo e l’arakè, distillato di cereali ad alta gradazione alcolica.

A proposito di cucina sono da segnalare 4 sorelle etiopi, la cui intraprendenza e abilità le ha spinte ad aprire un ristorante a Gondar, Four Sister Restaurant, appunto, in cui si possono gustare piatti locali molto curati e godere del loro spiccato senso dell’ ospitalità. Niente di più facile che dopo il pranzo le quattro audaci fanciulle  improvvisino una danza frenetica nel giardino del locale per poi tornare dentro e proseguire le “coccole” agli ospiti con il bellissimo rito del caffè.

In Etiopia, infatti, il rito del caffè ha quasi un aspetto simbolico dell’ospitalità. Si accende il fornelletto a carbone, si lavano i chicchi verdi, li si tosta sul fuoco, li si macina in un pestello, si fa odorare la polvere agli ospiti, la si versa nel bricco di terracotta in cui l’acqua nel frattempo è  giunta ad ebollizione, si attende, si serve il caffè aromatizzato con alcune erbe…e nel frattempo si brucia l’incenso che impregna l’ambiente di un aroma quasi mistico.

Luoghi nascosti

Testo di Anna Maria Arnesano

Merita da solo un viaggio in Etiopia la visita del maggiore lago del paese, il Tana, situato a 1.860 metri d’altezza e grande dieci volte il nostro Garda (ma poco profondo), dove si trovano 37 piccole isole, una ventina delle quali ospitano, celati da una fitta vegetazione, monasteri e chiese ortodosse incredibilmente belli, i più antichi risalenti a partire dal XII secolo. Da questo vasto bacino vulcanico, ancora oggi solcato come millenni or sono da barche di papiro e ricco di avifauna per la sua pescosità,  prende origine il Nilo Azzurro, maggiore fiume africano, che concluderà la sua corsa di 5.223 km sulle rive del Mediterraneo dopo aver attraversato Sudan ed Egitto.

Prima di arrivare alla scoperta di queste vetuste oasi di spiritualità, non tutte visitabili dalle donne, bisogna attraversare a piedi estese piantagioni di caffè, in un’atmosfera quasi surreale. Sulle isole del lago, nella quiete lontana dalle vie di comunicazione, nel tempo hanno trovato rifugio e sepoltura monaci custodi di manoscritti e pitture risalenti al Medio Evo. Oggi come allora, gli affreschi che decorano le pareti narrano scene del Nuovo Testamento e della vita dei santi locali, mentre le icone e i manoscritti cerimoniali, le magnifiche croci in argento, le corone e i paramenti sacri sono ancora custoditi e mostrati al visitatore con grande fierezza, proprio dai monaci. Per raggiungere i monasteri del lago Tana si parte in battello dal porto di Bahar Dar e dopo un’ora di navigazione si arriva a quelli collocati su due isolotti più vicini: Ura Kidane e Asua Mariam. Per visitare i monasteri e le chiese è doveroso lasciare un’offerta ai monaci che si prendono cura del mantenimento dell’insieme dei complessi e rispettare alcune regole basilari, come ad esempio: togliersi le scarpe prima di entrare ed avere un abbigliamento decoroso. L’aria che si respira entrando risulta impregnata di storia e cultura. Si racconta che uno dei monasteri sia stato probabilmente utilizzato per nascondere in passato l’Arca dell’Alleanza, custodita oggi ad Axum.

 

“I Viaggi di Maurizio Levi” 

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Ethiopian Airlines

Nuove tariffe dal primo giugno, anche per l’Oriente! Nuove destinazioni Hargeisa e Cotonou, e altre novità!

Finalmente dal primo giugno nuove e interessanti tariffe che inaugurano una nuova era per Ethiopian Airlines: a cominciare dal cambio di operativi da Roma (dal 15 giugno molti dei voli ROMA-ADDIS ABEBA diventano diurni invece che notturni, e sono operati con spaziosi Boeing 767-ER invece che dal B757) si aprono le porte dell’Oriente per i passeggeri diretti in Asia: Bangkok, Beijing, Guangzhou, Delhi, Hangzhou, Hong Kong, Mumbai, ma anche Dubai, Jeddah e Riyadh, a tariffe veramente interessanti e con coincidenza immediata! Tra le altre novità in arrivo per l’autunno, anche una nuova frequenza su Kuala Lumpur e – finalmente – su Windhoek!

Tra le novità più eclatanti, la diminuzione della durata dell’alta stagione, che è ora ridotta a un brevissimo lasso di tempo: dal 27 luglio al 12 agosto, e dal 21 dicembre al 7 gennaio 2013.

Dal 10 riprendono i voli giornalieri su Hargeisa, nel Somaliland, e dal 15 giugno inauguriamo Cotonou, nel Benin, una destinazione importante per il West Africa a tariffe molto competitive.

Presto le informazioni sulle nuove tariffe saranno disponibili anche nell’area riservata del sito italiano, dove ci si può iscrivere. Saranno caricate anche le tariffe esclusive per agenti di viaggio, con ottime novità: la tariffa speciale per agenti è disponibile anche per l’accompagnatore/trice, allo stesso livello tariffario! 
www.ethiopianairlines.it