Il regno delle donne nell’arcipelago di San Blas
mito o realtà?

 

Testo e foto di Anna Alberghina

Se guardiamo alla notte dei tempi, ad epoche ormai dimenticate, ritroviamo le società matriarcali in cui le donne erano venerate come simbolo del divino mentre, oggi, le leggendarie Amazzoni non sono altro che un’ icona caricaturale del vetero femminismo.
La paura dell’uomo nei confronti del potere femminile, che conobbe il suo apice nel Medioevo con i roghi delle streghe, ha relegato la donna ad un ruolo subalterno, riducendola spesso ad un mero strumento procreativo o ad un trastullo maschile, come accade in molte società dove essa è privata dei più elementari diritti.
Pochi sanno che Panamà non è solo “il canale” o il paradiso dei conti “off shore” ma ospita, al largo delle sue coste orientali, nell’arcipelago caraibico di San Blas, un piccolo gruppo etnico matriarcale: i Kuna.

Miracolosamente sopravvissuti ai pirati e a diversi secoli di colonizzazione, i Kuna sono riemersi, oggi, nel complesso mosaico latino-americano, con un’autonomia culturale e politica intatta!
Nella società Kuna, discendenza, eredità e successione avvengono in linea materna, la donna conserva un ruolo sociale preponderante e l’uomo ha ceduto i suoi privilegi.
Di generazione in generazione gli insegnamenti vengono trasmessi secondo regole strette, cantati con le ninna-nanne ai bimbi ancora in fasce.
Gli uomini si occupano della pesca, riparano le capanne, coltivano i campi sulla terra ferma.
Detengono, è vero, l’autorità nella sfera pubblica, ma sempre secondo uno status ottenuto per discendenza matrilineare.

Le donne, invece, si occupano della casa, dei pasti e dell’educazione dei figli, ma, soprattutto, si dedicano alla preparazione delle “molas” che sono parte integrante del loro abbigliamento.
Si tratta di rettangoli di tessuto colorato, sovrapposti, ritagliati e ricamati in modo da formare disegni geometrici, zoomorfi o antropomorfi, che illustrano scene di vita quotidiana o cerimonie.
Splendido surrogato di una trasmissione scritta e vestigia delle pitture corporee degli antenati, le “molas” sono autentiche testimonianze della storia e delle tradizioni di un popolo ancora estraneo al mondo multietnico e globale. Sono stati proprio il mio interesse per l’etnografia ed il fascino esercitato dalle ormai rarissime società matriarcali a spingermi a volare a Panamà.
Abbandonata la capitale dallo sky -line ipermoderno, un piccolo aereo ad elica, con una dozzina di passeggeri a bordo, sorvola la rigogliosa e selvaggia foresta del Darièn con destinazione San Blas, o meglio, la Comarca di Kuna Yala.


L’aeroporto di Playon Chico è una baracca ai bordi di una pista di terra battuta,accanto alla quale trovo, in attesa, la minuscola imbarcazione del “Yandup Lodge”, interamente gestito dai Kuna.
Non mi lascio distrarre troppo a lungo dalle spiagge di sabbia bianca delle innumerevoli isolette ricoperte di palme. Sono impaziente di visitare la comunità. Le donne Kuna sono piccine, sorridenti nel loro sgargiante costume tradizionale, polsi e polpacci strettamente avvolti da fili di perline colorate, un anellino d’oro al naso ed un tatuaggio fatto con succo di jagua sul volto.
“Nuedi”: buongiorno, l’unica parola in lingua kuna che conosco, è il mio lascia passare. Desidero raccogliere la loro testimonianza sugli ultimi riti di passaggio femminili praticati su queste isole per celebrare l’arrivo del menarca.


La prima cerimonia è “ l’Ico-Inna” o festa dell’ago, durante la quale viene praticata la perforazione del setto nasale delle bambine. Attraverso il forellino la bimba indosserà per sempre un piccolo anello d’oro.
Questo piercing ante litteram sta a significare che la donna, come l’oro, è un bene prezioso! Con l’arrivo della prima mestruazione si celebra la festa dell’” Inna-Muustiki”. Questa festa stigmatizza lo sbocciare della fanciulla che, lungi dall’essere considerata impura, da quel momento è pronta per il matrimonio e la maternità.
Per molti giorni la giovinetta verrà rinchiusa in una capanna (la surba), aspersa di acqua di mare per essere purificata, dipinta con succo di jagua ed infine presentata in società.
Ma la cerimonia più importante è l”Inna-Suid” o festa del taglio dei capelli, durante la quale viene dato il nome alle bambine. La festa, molto dispendiosa per le famiglie, che devono offrire un sontuoso banchetto a tutta la comunità, può essere organizzata, a seconda delle possibilità economiche, dai 4 fino ai 14 anni.
Per molti giorni scorrerà a fiumi la “chicha fuerte”, una bevanda alcolica ricavata dalla fermentazione della canna da zucchero. I Kuna, infatti, considerano l’ubriachezza un veicolo per la casa di Dio!

La supremazia femminile si consolida, infine, con il matrimonio.
Contrariamente a quanto accade presso quasi tutte le società tradizionali, qui è lo sposo a trasferirsi a casa della moglie ove verrà sottoposto a numerose prove e sarà soggetto all’autorità dei suoceri!
Questo spiega perché la nascita di una bambina sia considerata da tutti un evento di ottimo auspicio! Ascoltando queste donne, così fiere e gelose della propria identità culturale, non posso evitare di domandarmi per quanto tempo riusciranno a resistere all’impatto devastante con il mondo occidentale.
Le giovani generazioni indosseranno ancora i bei costumi dai colori brillanti? Conserveranno i loro ritmi ed i loro valori oppure si lasceranno incantare dalle tecnologie e dal miraggio di una vita più facile?
Esiste un’affinità profonda fra le donne della terra ed è questo sottile legame a rendermi partecipe di esistenze così lontane e diverse.
L’incontro con queste donne forti ed indipendenti mi ha arricchita in modo incalcolabile e mi fa sperare che in un mondo così tragicamente uniforme, non sia ancora tutto perduto.