Mi trovavo a Katha, piccola cittadina del nord del Myanmar, non lontana dal confine con la Cina. Polverosa e piena di fascino coloniale logoro, è qui che lo scrittore inglese George Orwell ha ambientato il suo primo romanzo, Giorni in Birmania: una storia di imperi, razzismo, illusioni e amori.

Sbarcata dalla nave da crociera fluviale Anawratha sulla quale navigavamo il fiume Mekong, ero decisa a cercare qualche traccia di quel passato coloniale raccontato da Orwell, negli anni in cui il grande paese del Sud-est asiatico si chiamava Burma. Al molo ci aspettava una schiera di risciò e via, sotto ombrelloni colorati che parevano più da spiaggia di Rimini che da giungla asiatica.
Prima tappa, la vecchia ferrovia inglese che taglia la giungla fino a Mandalay. Poi ci siamo fermati davanti a un edificio basso col tetto in stagno: era il British Club, un tempo salotto buono per ufficiali imperiali e consorti, ora l’aula per una ventina di bambini intenti a studiare inglese.
Poi, la casa. Quella dove Orwell visse e lavorò come ufficiale della polizia coloniale di Sua Maestà. Un tempo una bella residenza in tek a due piani con caminetti (sì, caminetti, in Birmania), ormai per lo più abbandonata. Solo qualche ufficio della polizia locale resisteva, il tetto arrugginito e mobili accatastati nel giardino, come in un mercatino vintage.

Ma la vera magia l’ho trovata poco lontano, al mercato del mattino. Un tripudio di colori, profumi e caos organizzato: pampaleoni appesi come lune verdi, fasce di pesce secco, bracieri con calderoni di zuppa fumante, anatre spaccate in due e polli in gabbie di bambù destinati a fare la stessa triste fine delle anatre. Tutto esattamente come lo aveva descritto Orwell.
E con i piedi nella polvere e gli occhi pieni di colori, ho pensato: anche Orwell si è fermato qui per assaporare l’allegro disordine colorato tipicamente asiatico, un mondo lontanissimo dal grigiore della provincia inglese dove lui è cresciuto.



