NAMIBIA, L’ ALTRO DESERTO

Testo di Anna Maria Arnesano e foto di Giulio Badini

 

L’Africa possiede due grandi deserti: il Sahara a nord, che tutti conoscono, e il Namib a sud-ovest, nell’emisfero australe tra Angola e Sud Africa, poco noto e ancora meno visitato.  Tra loro, a parte le dimensioni a netto favore del primo, una differenza non da poco: mentre il Sahara ancora poche migliaia di anni fa era verde e abitato dall’uomo, il Namib, che in lingua ottentotta significa “luogo senza nessuno”,  è vecchio di 80 milioni di anni, tanto da risultare il più antico deserto del mondo, con distese di dune rosse alte fino a 300 metri intervallate da paleolaghi di sale bianco.  In conseguenza della sua ragguardevole età si tratta di un deserto vivo e densamente popolato da una fauna e da una flora specializzate, che hanno avuto cioè il tempo per elaborare strategie che permettessero loro di sopravvivere in un ambiente estremo, come la welwitscia, una pianta endemica che può raggiungere i 2 mila anni di età, o un universo di insetti unico al mondo, ma anche da elefanti, leoni, gazzelle, zebre, struzzi e l’antilope orix, grazie all’umidità prodotta dalle fredde correnti atlantiche che vi provocano ogni mattina una fitta coltre di nebbia.

Il Namib è anche uno dei deserti meno noti, in quanto alla fine del 1800 vi furono scoperti importanti giacimenti di diamanti  e la regione fu rigorosamente interdetta, per essere riaperta soltanto negli scorsi anni. Ma la Namibia non è solo deserto.  Nella sua vasta estensione c’è spazio anche per montagne con imponenti canyon e grotte decorate da antiche pitture rupestri, per enormi crateri vulcanici, per popolazioni che sembrano essere uscite dalla preistoria come gli Himba, gli Ovambo e i Boscimani,  per lagune abitate da migliaia di uccelli, per colonie con migliaia di foche intente a giocare tra le onde dell’oceano lungo la spettrale Costa degli Scheletri disseminata di carcasse di navi naufragate, per enormi fattorie dove anzicchè quelli domestici si “allevano” animali selvatici, per città dall’incredibile architettura tedesca, per un parco nazionale, l’Etosha, creato oltre un secolo fa che raccoglie uno dei più ricchi campionari di fauna africana.  Una terra primordiale capace di offrire i più diversi scenari, un autentico concentrato dei mille aspetti del Continente Nero, dove le notti risuonano delle mille voci della savana.

Grande quasi tre volte l’Italia, ma con una popolazione di soli 2 milioni di abitanti e una delle più basse densità africane, appena 2,4, la Namibia viene tagliata dal Tropico del Capricorno e presenta in senso longitudinale lungo i 1.300 km di costa atlantica l’arido deserto del Namib, mentre all’interno è caratterizzata da altopiani con savana arbustiva e erbacea alti 1.000-1.500 m che degradano verso sud-est per smorzarsi nella piana desertica del Kalahari. La fredda corrente del Benguela che bagna le sue coste proveniente dall’Antartide portando con sé foche e balene provoca una marcata escursione termica stagionale e giornaliera, con fitte nebbie mattutine benefiche per flora e fauna ma temibili per i naviganti. Abitata in origine da boscimani, attorno al Mille ha subito migrazioni di popolazioni bantu come Ovambo, Kavango e Herero; i primi europei a sbarcarvi erano portoghesi, ma furono i tedeschi a farne un protettorato a partire dal 1884 con il nome di Africa di Sud-Ovest. Dopo la prima guerra mondiale venne affidata in mandato al Sudafrica, che la occupò fino all’indipendenza conseguita nel 1988 dopo una lunga guerriglia che pose anche fine al regime di apartheid. Il suolo cela enormi risorse minerarie: occupa l’8° posto al mondo per la produzione di diamanti (il 1° però per qualità) e il 6° per l’uranio.

Un itinerario in fuoristrada di 12 giorni dedicato alla conoscenza di tre delle più interessanti e spettacolari aree della Namibia: la regione settentrionale del Kaokoland al confine con l’Angola e abitata dagli Himba, uno degli ultimi popoli nomadi rimasti fermi alla preistoria, le selvagge vallate del Damaraland e le spiagge della Skeleton Coast e infine l’arcaico deserto del Namib.  L’itinerario parte dalla capitale Windhoek, città africana dal cuore germanico, e punta a nord in un caratteristico ambiente di bush fino al Parco Etosha, uno dei primi parchi africani, dove osservare un gran numero di erbivori, predatori, rettili e uccelli, e ad una fattoria dove si allevano animali selvatici. Si passa quindi all’arido e semidesertico Kaokoland, una delle regioni più selvagge d’Africa,  terra delle tribù Himba, le cui donne vestite di pelli hanno il corpo spalmato di argilla rossa.

Si entra poi nell’arida e montuosa regione del Damaraland, disseminata da mirabili pitture  rupestri prodotte 8 mila anni fa da cacciatori boscimani, dove si andrà alla ricerca dei sempre più rari elefanti del deserto dalla taglia ridotta.  In un ambiente prettamente desertico ci si affaccia all’oceano Atlantico sull’interminabile Skeleton Coast per ammirare lo spettacolo degli spettrali relitti di navi arenate e la colonia di 80 mila otarie di Cape Cross, fino alla cittadina costiera di Swakopmund, anch’essa in puro stile tedesco.  Gli ultimi giorni vengono dedicati all’esplorazione dell’universo Namib, un deserto unico e peculiare, con le dune più alte del mondo, grandiosi canyon e monoliti di granito, vasti paleolaghi con distese saline nonché da piante e animali straordinari.