LAOS E CAMBOGIA
attraverso l’Indocina più autentica

 

Testo di Anna Maria Arnesano e Foto di Giulio Badini

 

Spesso il turismo abbina la visita di Cambogia e Laos, le due nazioni più piccole e meno conosciute della penisola indocinese centrale, riaperte di recente agli stranieri dopo le tragiche vicende belliche dell’ultimo mezzo secolo. Due paesi diversi in tanti aspetti, ambientali e umani, ma anche con elementi comuni e quindi complementari, in grado di completarsi a vicenda con un unico viaggio. Il Laos, incastonato tra Vietnam, Cina Meridionale (Yunnan), Birmania, Thailandia e Cambogia, rappresenta il più piccolo, il più arretrato, il meno abitato e anche il meno conosciuto e frequentato tra gli stati della penisola indocinese. Ma al tempo stesso anche il più autentico e incontaminato, il posto giusto dove cercare la felicità spirituale del Nirvana buddista, come predicano i monaci dalle tuniche zafferano.

Un paese e un popolo unici, assai diversi dai loro vicini, entrambi sospesi nel tempo. Più piccolo dell’Italia e senza sbocchi al mare, con la più bassa densità del Sud-Est asiatico, si presenta con una serie di altopiani a 1.500-2.000 metri di altitudine circondati da impervie montagne alte fino a 2.800 m e profonde vallate ricoperte da foreste tropicali tanto fitte da risultare spesso inaccessibili, tali da giustificare appieno la definizione di cuore verde dell’Asia. La geografia e il clima tropicale monsonico continentale, con intense piogge estive, ne fanno un paese povero e arretrato, privo di ferrovie, strade e industrie, basato su un’agricoltura primitiva (riso, mais, tè e caffè) spesso dipendente dai capricci meteorologici, soggetto a rivalità etniche e a disastrose ingerenze straniere che non hanno mai consentito la formazione di un solido e duraturo stato unitario. Ma anche un paese pacifico, ingentilito dall’architettura e dalla filosofia buddista, intatto e incontaminato, dove la civiltà consumistica stenta a penetrare, in grado di tutelare fino ad oggi i molteplici retaggi materiali e spirituali del passato, così come gli usi e i costumi di una miriade di popolazioni tribali, asserragliate con i loro tradizionali stili di vita tra le erte montagne del nord.

Una delle caratteristiche e delle grandi attrattive del Laos risulta infatti costituita dalla varietà etnica della sua popolazione. Se l’ 80 % dei 6 milioni di laotiani sono di stirpe Thai-Lao, parlano il lao e sono buddisti, nei villaggi tra le montagne e le foreste del Nord vivono ben 130 gruppi etnici che parlano lingue e dialetti diversi e sono animisti. L’isolamento storico ha consentito a queste piccole comunità presiedute da sciamani di mantenere immutati fino ad oggi i loro vetusti stili di vita, racchiusi come sono in sé stessi e con scarsi contatti con l’esterno. Vivono con una misera economia di sussistenza praticando un’agricoltura nomade, che li costringe ogni 3-4 anni a spostarsi per depauperamento del terreno, di caccia e allevando suini, abitano in capanne di legno e bambù su palafitte e spesso le donne esibiscono abiti vistosi e sgargianti, riccamente decorati, con coreografici copricapi.

 

 

La Cambogia invece, grande oltre metà dell’Italia e confinante a nord con il Laos, occupa la parte meridionale del centro della penisola indocinese, in pratica un enorme bassopiano alluvionale tagliato longitudinalmente in due dal fiume Mekong, affacciato con 443 km di costa sul golfo del Siam e con  rilievi medio bassi sui bordi, ricoperti da rigogliose foreste tropicali e pluviali con essenze pregiate. Il Mekong, anima e autostrada del paese con una larghezza fino a 5 km e abbondanza d’acqua e di pesce (tra cui i pesci gatto giganti, lunghi fino a 3 m e del peso di 300 kg, e gli ormai rari delfini d’acqua dolce) offre al centro una vera curiosità geografica: il Tonlè Sap, un lago a superficie assai variabile, capace di salire dai normali 3.000 kmq ai 13.000 durante la stagione delle piogge monsoniche estive, oggi riserva Unesco della biosfera. Terra di grandi civiltà fin dall’epoca protostorica, ha subìto notevoli influenze culturali e religiose dai suoi vicini, in particolare quelle indiane, induiste e buddiste, rielaborandole poi in una creativa cultura peculiare autoctona.

Il maggior periodo di splendore si ebbe tra IX e XV sec. con il regno Khmer, capace di estendere il proprio dominio su tutto il sud-est asiatico e di produrre una raffinata architettura monumentale, giunta quasi intatta fino a noi grazie alla protezione della giungla. Grandi idraulici e ottimi agricoltori, regimentarono le acque con dighe, canali e bacini artificiali, costruirono strade, ponti ed ospedali ed edificarono imponenti città con templi, monumenti ed edifici possenti quanto stupefacenti, inni di pietra alla potenza dei regnanti e alla loro fede induista prima e buddista poi.  Angkor, la loro capitale estesa su 400 kmq con 287 imponenti edifici, è un luogo che conserva ancora la seducente fascinazione dei siti archeologici dove l’uomo ha scritto una delle più sublimi pagine della sua storia, uno dei maggiori centri artistici e culturali del mondo e uno dei più importanti dell’umanità. Per la costruzione del solo quartiere di Angkor Wat, esteso su 208 ettari, ci sono voluti 40 anni, 10 mila operai, 50 mila elefanti, 700 zattere e 4 mila carri, con tante pietre quanto per la piramide egizia di Kefren. E tutto intorno la Cambogia, una terra in cui l’esistenza viene regolata dalla natura, e i cambogiani ricchi solo di un senso antico e saggio della vita derivante dal buddismo, miscela di sapienza e di moderazione che neppure le atrocità dei Khmer Rossi di Pol Pot sono riusciti a scalfire.