L’ ALGERIA ROMANA

Testo e Foto di Romeo Bolognesi

Insediamenti antichi e siti Unesco

Tutti conoscono, almeno per sentito dire, l’imponenza e l’importanza degli insediamenti  romani in Libia e in Tunisia.  Pochi invece sanno dell’esistenza di testimonianze altrettanto rilevanti, se non addirittura maggiori, in Algeria. Eppure basterebbe risalire alle rimembranze scolastiche e pensare al ruolo storico svolto da personaggi come Siface, Massinissa, Giugurta o Giuba, principi di regni berberi chiamati di volta in volta Giuba, Mauritania o Numidia all’epoca delle guerre puniche e delle guerre civili, nonché alle enormi capacità produttive di cereali, per non sorprendersi affatto nello scoprire entro i confini dell’Algeria dei resti di molteplici e ragguardevoli insediamenti romani – quelli classificati sono oltre cinquecento – sopravvissuti alle ingiurie del tempo e degli uomini, in grado di attestare la massiccia presenza di Roma su questa sponda del Mediterraneo.  Tipasa e Cherchell, porti ad ovest di Algeri, oppure Timgad, Djemila e Ippona più all’interno sugli altipiani settentrionali, sono ad esempio i nomi di città romane pressocché sconosciute al grosso pubblico, ma degne di miglior fama per le loro consistenti dimensioni, per l’ottimo stato di conservazione, per l’enorme varietà e l’insuperabile bellezza dei loro mosaici, e infine anche per il suggestivo contesto ambientale in cui si trovano.

I porti naturali disseminati lungo i 1.200 km della costa rocciosa algerina cominciarono ad essere frequentati, già all’inizio del primo millennio a.C., dai commercianti fenici, seguiti poi dai greci e dai cartaginesi, quest’ultima antica colonia fenicia. Con la caduta di Cartagine nel 146 a.C. entrano in scena i Romani che, dai porti costieri usati massicciamente come terminali del commercio transahariano, si espando pian piano nell’interno per colonizzare le fertili vallate e gli altopiani dell’Atlante telliano, gran produttore di cereali, di uva e di olio, di legname e di bestiame, tra cui i possenti cavalli che saranno alla base della nascita della cavalleria romana, prima in accordo o in contrasto poi in dominio con i preesistenti regni berberi locali. Con la nascita di insediamenti agricoli, di campi fortificati  e di imponenti città popolate da veterani dell’esercito, da commercianti e banchieri, servite da una fitta rete di strade, ponti e acquedotti, l’Algeria diventa per oltre cinque secoli una delle maggiori fonti di approvvigionamento agricolo dell’impero, giustificando la presenza di un così elevato numero di insediamenti, nonché la loro imponenza e opulenza monumentale, ammirati oggi dai turisti e descritti in passato dai due maggiori figli di questa terra, lo scrittore Apuleio e il teologo Sant’Agostino.

Un possibile itinerario attraverso l’Algeria romana parte dalla capitale Algeri, dalla decadente architettura coloniale francese, dove meritano una visita il ricco museo e la casbah, groviglio di vicoli immortalato nel film di Pontecorvo “La battaglia di Algeri” protetti dall’Unesco. Ad ovest della capitale Tipaza, altro sito Unesco, era un porto punico-romano in splendida posizione e ancora oggi ben conservato, con la maggior chiesa cristiana d’Africa a nove navate, dove lo scrittore franco-algerino Albert Camus andava ad ispirarsi tra le rovine e l’odorosa macchia mediterranea. Meno scenografico, ma ricchissimo di stupendi mosaici policromi e di statue, il vicino porto di Cherchell, primo insediamento romano e capoluogo della provincia con il nome di Cesarea. Ci si inoltra quindi nell’interno tra i fertili rilievi dell’Atlante per visitare i monumentali resti di Djemila (sito Unesco), ricca e vasta città in amena posizione e ottimamente conservata, con un teatro da tremila posti, nonché quelli monumentali di Timgad (altro sito Unesco), presidio militare fortificato e poi insediamento urbano fondato dall’imperatore Traiano, tra i meglio conservati in Africa. Dopo le terme romane di Guelma, con acque a 90°C, il tragitto si conclude ad Ippona, l’antica Hippo Regius, sede di tre concili e dove per quarant’anni visse e operò Sant’Agostino, che ne era vescovo, fino alla caduta nel 430 per mano dei Vandali.

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