Le foto di Dubbini e Kaufmann

Dalla Turchia all’India sulle tracce di Manucci. Alla Galleria La Salizada di Venezia. Dal 28 ottobre al 14 novembre

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Testo di Michele De Luca

“Essendo io di poca età e desiderando grandemente di vedere il mondo, poiché o miei genitori non me lo volevano concedere, mi risolsi di partire in qualunque modo che fosse. Perciò, sapendo che stava per fare vela una tartana, benché non sapessi in quale parte fosse diretta, fattomi animo vi entrai”. In quello che è considerato uno dei migliori incipit fra i resoconti di viaggio europei della prima età moderna, Nicolò Manucci (Venezia 1638 – Chennai, India, 1717) inizia a raccontare le sue avventure. Medico e avventuriero veneziano, che si imbarcò a soli quattordici anni su una nave mercantile, a bordo della quale incontrò un diplomatico inglese di nome Lord Bellmont. Il suo viaggio continuerà al fianco di Bellmont attraverso l’Anatolia, l’Armenia, la Persia, fino al Subcontinente indiano, dove Manucci trascorrerà il resto della sua vita come artigliere, medico e consulente per i Moghul. Nell’ultima parte della sua vita si ritirò nel 1698 a Pondichérry e dettò a vari copisti la “Storia do Mogor”, resoconto dei suoi viaggi e dettagliata descrizione dell’impero del Mogol di fine Seicento.

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Nella quiete di Pondichéry, lontano dalla vita di corte, Manucci si dedica alla stesure delle sue memorie, che detta a vari copisti, nella lingua di ognuno di essi. La “Storia do Mogor” è un quadro completo della storia, dei costumi, della religione dell’Impero del Mogol e descrive gli avvenimenti degli ultimi sei anni del regno del Shah Giahan (1628-1658) e di tutto il regno di suo figlio Awrangzeb (1659-1707), il quale, salito al trono dopo aver sconfitto i fratelli, portò l’Impero alla sua massima estensione. Il manoscritto dell’opera è conservato presso la Biblioteca Nazionale Marciana di Venezia; un volume di illustrazioni è conservato presso la Bibliothèque Nationale di Parigi. Il testo integrale è stato tradotto in inglese all’inizio del Novecento da William Irvine con il titolo “Storia do Mogor, or Mogul. India 1633-1708 by Niccolas Manucci, venetian. Translated with introduction and notes by William Irvine”, Londra, Murray, 1907. Una parte del testo italiano della Storia è pubblicato nel volume “Storia del Mogol di Nicolò Manuzzi veneziano”, a cura di Piero Falchetta (F. M. Ricci, 1986). “La metà del mondo” è ora il racconto fotografico di un viaggio da Venezia all’India, seguendo l’itinerario di Nicolò Manucci.

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Gli autori di questo racconto per immagini (bellissime) sono Gianni Dubbini e Angelica Kaufmann, entrambi nati a Milano nel 1987, il primo, studioso di storia dell’arte e archeologia orientale, la seconda, di filosofia della mente e antropologia evoluzionistica; entrambi bravi e raffinati fotografi. Le fotografie esposte alla Galleria La Salizada di Venezia (San Marco – San Samuele 3448; dal 28 ottobre al 14 novembre) nella mostra intitolata, appunto, “La metà del mondo. Sulle tracce di un viaggiatore veneziano dalla Turchia all’India”, presentata da Andrea Pertoldeo, testimoniano il viaggio compiuto nel 2015 dai due autori percorrendo oltre diecimila chilometri, da Smirne fino al Golfo Persico e, in seguito, in India. A quattro secoli di distanza da Manucci, i due fotografi hanno cercato di rivedere con uno sguardo contemporaneo quello che un viaggiatore seicentesco poteva aver incontrato nello stesso percorso. Attraverso queste fotografie si cerca di trasmettere il significato del viaggiare, inteso oltre i confini geografici, politici e culturali, fra incontri e scoperte.

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Alcune delle immagini esposte sono davvero sontuose, tra cui quella scelta per la comunicazione della mostra, dato il suo alto valore simbolico, e cioè la foto che ritrae il superbo palazzo di Isfahan Pol e Khaju in Iran. Un detto persiano recita: “Esfahan nesf-e-jahan”, Isfahan è la metà del mondo. Nel diciassettesimo secolo Isfaha era la capitale della Persia, uno degli epicentri culturali del mondo islamico. Lo splendore della città era tale che alla fine del sedicesimo secolo, la “Via della Seta” venne ridisegnata in modo da includere Isfahan; in questa città di grande importanza storica convivono ancora oggi culture diverse a testimoniare il continuo dialogo tra Est e Ovest; di cui la città lagunare è stata, e continua ad essere, fin dai tempi di Marco Polo, la più splemdida protagonista.

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Gianni Dubbini (Milano, 1987) ha studiato storia presso l’Università Statale di Milano e storia dell’arte e archeologia orientale presso la School of Oriental and African Studies dell’Università di Londra. Nel 2013 è stato Postgraduate Fellow presso la Royal Geographical Society. Sta attualmente conseguendo un dottorato in Storia delle Arti presso l’Università Ca’Foscari di Venezia. Studia la percezione della cultura e dell’arte da parte dei viaggiatori europei in Asia durante l’età moderna e nel primo periodo coloniale. Angelica Kaufmann (Milano, 1987) ha studiato filosofia della mente e antropologia evoluzionistica a Milano, Edimburgo, Londra e Anversa. Nel 2016 è stata Fellow dell’Italian Academy for Advanced Studies alla Columbia University di New York. Attualmente è Fellow del Lichtenberg-Kolleg dell’Università di Göttingen e del Leibniz Institute for Primate Research. Finalista del NatGeo Traveller Photo Competition 2015, collabora con “Zeppelin” e “Fatto Quotidiano”.