Le forme e i volumi di Nino Ricci

 

Un’antologica al Palazzo Buonaccorsi di Macerata curata da Giuseppe Appella. In uno spazio assorto e senza tempo, in un silenzio metafisico

 

 

Di Michele De Luca

 

     Discreta, silenziosa e netta è l’immagine che dalle opere di Nino Ricci ci appare, come condensata in una luce aurorale o crepuscolare; una solidificazione in un’atmosfera lieve e rarefatta, o un’incerta epifania di forme e volumi che dalla superficie della tela o della carta si protendono verso di noi conquistando nello spazio un rilievo  di timida tridimensionalità. A differenza delle nature morte del periodo metafisico di Morandi, in cui le forme rispondono a regole compositive di tipo geometrico e una luce cruda ne segna nettamente i contorni, qui, come annotava Fabrizio D’Amico nel prezioso volumetto Nino Ricci. Opere 1996 – 2006 (Edizioni della Cometa),  “quando di frequente l’orizzonte si eclissa, e viene a mancare con esso l’ordinata scansione nello spazio degli oggetti … franano allora le cose, scivolando dal loro piano d’appoggio, sorrette come soltanto da un fiato, adesso, nel campo visivo. E quando, assieme, il chiaroscuro che, pur lieve, si intrometteva fra luce e luce nelle figure di Ricci, delineando oggetti e volumetrie, si ritira anch’esso, come risucchiato all’interno del colore, avverti che la stagione del comporre per nitide sintassi visive ha ceduto il passo ad una diversa avventura”.

     Una nuova “visione” dell’artista, che attraverso l’intermediazione del quadro, ci viene offerta, con un linguaggio che parla con leggeri strati di colore, mai aggressivi o dirompenti, che crea un seducente “gioco” di ritmi e di fratture, non geometrico o meccanico, ma come librato sulle ali dell’immaginazione; sono le “forme”, dai contorni come sbrecciati, e gli spazi, nel loro dialettico colloquiare, a creare addensamenti, solide esistenze, prive di ogni identità o riconoscibilità naturalistica (se non un lontano rinvio a scaglie di marmo o di ghiaccio), ma come frutti di percezione, di immaginazione o di sogno che si raggrumano in strati di colore, e trovano un flusso ed un palpito vitale (una vita propria) in ritmi e confronti dialettici.

     Una vasta antologica promossa dal Comune di Macerata – Assessorato alla Cultura, curata da Giuseppe Appella ed allestita nei sontuosi spazi del settecentesco Palazzo Buonaccorsi, costruito nel cuore di Macerata, ne fa ripercorrere , attraverso più di cento opere (dal 1957 al 2013) tra olii, acarilici, acquerelli, pastelli e lavori grafici inseriti in raffinate pubblicazioni a commento di opere poetiche; in catalogo, testi – oltre che del curatore, anche di Paola Ballesi, Roberto Crespi e Giancarlo Liuti. Nato a Macerata nel 1930, Ricci dopo gli anni della sua formazione, prima ad Urbino, all’Istituto di Belle Arti, dove stringe amicizia con il coetaneo Elvidio Farabollini, nativo di Treia e prematuramente scomparso nel 1971, e poi (tra il 1950 e il 1955) all’Accademia di Belle Arti di Roma, dove ha come insegnanti, tra gli altri, Sante Monachesi, Toti Scialoja e Mario Rivosecchi, e al Centro Sperimentale di Cinematografia, è vissuto sempre piuttosto appartato nella sua città, ma, dalla quiete della provincia che è stata comunque il suo primo vero “laboratorio” in un ambiente stimolante per la presenza di tanti artisti affermati a livello nazionale, ha sempre partecipato intellettualmente al dibattito sulla ricerca artistica italiana ed internazionale della seconda metà del Novecento.  Profonda è l’empatia che Ricci sente nei confronti di Paul Klee,  che influenza la sua produzione a partire dalla fine degli anni cinquanta; egli fa sua  l’ansia di cercare sensazioni generate dalla pittura attraverso il segno grafico. La sua urgenza precipua è quella di una resa cristallina e nitida della forma non attraverso  una scansione  geometrica delle superfici, ma  mediante  una articolazione ritmica dell’opera.

     Nel 1956 partecipa alla Prima Mostra Regionale d’Arte Giovanile organizzata dal Commissariato Provinciale Gioventù Italiana di Macerata dedicata ad “opere di artisti marchigiani che non hanno raggiunto i trenta anni”. E’ la prima di una lunga serie di esposizioni nelle Marche e in tante altre città in Italia ed in Europa, e di riconoscimenti importanti al suo intensissimo lavoro, che nel corso di oltre mezzo secolo ha ottenuto sempre importanti riscontri critici. Le opere che Ricci porta avanti dal 1957 al 1961, procedono con forte trasposizione, attenendosi alla natura , intuendone il ritmo energetico trasferito  nella persistenza del segno  e della determinazione delle linee, il tutto  trasportato dallo spirito  della geometria  e della costruzione, elementi  tipici dell’ambiente e degli studi scenici. Quello che affascina Ricci  è la singolare  sottigliezza tattile di Fautrier,  con la propria produzione ripercorre itinerari già cari a Seurat, Boccioni,  Magnelli, Prampolini, Reggiani, all’amato Licini, per approdare  ad una serie di metamorfosi  costruite, con rigorosa concezione logica, al di fuori di qualsiasi impegno teorico, su sottili simmetrie di rapporti lineari durevoli. La sua ricerca fondamentale  è rivolta , anche negli anni più recenti, alla costruzione architettonica che assorbe  con i volumi,  tutte le relazioni spaziali  fissate dalla luce e dalle ombre; con il conseguente trapasso  dall’immagine mentale alla realizzazione grafica mediante l’emozione del segno.

     A proposito della produzione degli ultimi anni, che si collocano nella fase più matura della creatività dell’artista maceratese, scriveva ancora suggestivamente D’Amico: “Governa la sua pittura un sentimento che è facile scambiare, alla prima, per malinconia: tanto il suo fare insiste, senza remore o nascondimenti, a ridire valori lontani, desueti … sganciate ora più che mai dal mondo e dalle sue apparenze, le figure narrano soltanto storie di vita non vissute, di forme appena sognate: trepidi schermi inframessi alla luce”. Queste forme condividono, nella loro “esistenza” di colori, in uno spazio assorto e senza tempo, in un silenzio metafisico, un destino comune e sembrano stringersi tra di loro in una specie di complice “solidarietà”.