LAPIDARIUM

40 sculture dell’artista messicano Gustavo Aceves nell’area archeologica di Roma. (fino all’ 8 gennaio 2017)

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Testo di Luisa Chiumenti

L’opera monumentale di Gustavo Aceves entra nel cuore di Roma, si tratta di “Lapidarium” : un progetto espositivo composto da 40 grandiose sculture, alte dai tre agli otto metri e lunghe fino a 12 realizzato dall’artista messicano, allestito in un percorso che va dall’Arco di Costantino alla Piazza del Colosseo fino ai Mercati di Traiano. Il complesso di opere ha in sé un significato allegorico molto forte basato sulla consapevolezza del dolore prodotto dalle guerre e che, rendendo i cavalli non più vittoriosi e galoppanti, ne blocca le membra e ne ferma l’impeto, per assicurare al mondo la Pace. Ed è così che, accanto all’Arco di Costantino, e poi, più avanti, nella piazza del Colosseo, negli spazi archeologici della città eterna, l’infinita serie di cavalli mutilati e adagiati su barche sconnesse prende nuova vita e rafforza il significato complesso e articolato di ogni gruppo scultoreo. Aceves si propone quindi di dare una risposta consapevole e forte a una delle questioni più delicate e pressanti del nostro tempo: l’emergenza migratoria, in un work in progress che, presentato in anteprima nel 2004 a Pietrasanta, inaugurato poi ufficialmente nel 2015 a Berlino alla Porta di Brandeburgo, con 21 cavalli e la Quadriga della Vittoria (in occasione del settantesimo anniversario della fine della seconda guerra mondiale), dopo Roma, vedrà nel 2017,  nuovi allestimenti ad Istanbul, Parigi e Venezia, per concludersi, nel 2018, con un’installazione formata da 100 opere nella grande Piazza Zocalo di Città del Messico.

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L’artista raggiunge il suo obiettivo dando forma al pensiero che si tratti di una crisi (quella migratoria appunto) dalle radici profondamente radicate nella storia, dal momento che ogni scultura in Lapidarium rappresenta un momento di una particolare diaspora della storia antica. Cavalli apodi monumentali, bronzi lucenti od ossidati, sabbiati come se dopo secoli fossero emersi dalle profondità del mare, su una barca, a capo del relitto di una flotta, legni, marmi, granito testimoni di vittorie o di cocenti sconfitte. “Porterò la mia opera in ogni capitale dove sia ospitata una quadriga storica”, ha affermato lo stesso artista, con un vero e proprio esercito di sculture equestri realizzate nelle fonderie e nei laboratori di Pietrasanta.

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Di indubbio impatto spettacolare, il progetto è stato ideato guardando all’ antichità, e filtrando il significato di tanti scontri di civiltà, alla ricerca di un dialogo forse possibile e , come ha sottolineato il curatore dell’esposizione romana Francesco Buranelli (già direttore dei Musei Vaticani), “il cavallo [assunto dall’artista come fonte di ispirazione per Lapidarium] è stato un potente simbolo di libertà e forza per millenni, dalle pitture rupestri di Lascaux fino alla Quadriga di San Marco, a Venezia”.  Ed è così che, se nelle barche viene rievocato il viaggio di Caronte agli Inferi, in alcuni casi quei possenti corpi dalle forme scavate contengono teschi umani, viene anche suggerita una versione del cavallo di Troia, evidenziando come “Lapidarium” rappresenti un ricordo della migrazione in una storia che si ripete per tutti i popoli della Terra, con gli spostamenti di esseri umani da sempre causati da guerre o da intolleranze religiose.

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E il Colosseo vede in tale occasione ripristinata la sua funzione originaria di “piazza” e di luogo di incontro, come ha sottolineato il Sovrintendente Presicce, che ha ribadito l’impegno che la Soprintendenza sta assumendosi di rendere più vitale quella che era un tempo la “Piazza del Colosseo”, oggi divenuta ormai sede di code infinite dei turisti che debbono visitare il Colosseo e di cui devono essere invece ripristinati i profondi valori storici. Da qui ci si sposta verso i Mercati Traianei , le cui ampie arcate e gli spazi aperti sui Fori, accolgono i bei cavalli , rappresentati in un impeto di movimento, tuttavia bloccato sul nascere. Viene così esaltata la suggestione delle sculture equestri che, negli idoli africani in pietra, che spesso le sormontano, tendono a suggerire “ l’incontro con il futuro”. Altra rilevante suggestione è il colore dei destrieri: dal cavallo bianco che rappresenta il Mar Mediterraneo (detto “Mar Bianco” da Arabi e Turchi), a quello rosso, fuso nel ferro ossidato, che simboleggia il Mar Rosso che si aprì agli Ebrei in fuga dall’Egitto e in cammino verso la terra promessa mentre il cavallo nero, realizzato con materiali poveri, allude al Mar Nero, drammatico simbolo dei passaggi da e per l’Oriente e il cavallo verde, fuso in bronzo e patinato, è l’emblema del Mar Morto, il “mare senza onde e senza vita”.

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