Béatrice Mazzuri tra fotografia e pittura

I suoi “Itinerari d’Oriente” in una avvincente mostra a Venezia

Testo di Michele De Luca

 

 

Tutto il fascino e il mistero dell’oriente è evocato dalla pittura dai forti accenti cromatici dell’artista franco-svizzera Béatrice Mazzuri, le cui opere sono esposte nella Galleria Juris & Perl di Venezia in Campo Santo Stefano. Si tratta di dieci lavori (raccolti nella mostra “Back true: itinerari d’oriente”), presentati per la prima volta in Italia, che costituiscono una sorta di cammino all’interno del quale convergono come chiave di lettura le parole: viaggio e ricerca. Viaggio come trama esistenziale filosofica, ricerca di una conciliazione fra opposti: colori/ trasparenza, Oriente/Occidente, presenza/assenza. Un viaggio “interiore”, in cui la Mazzuri ritrae lo spazio fra sogno e realtà dei luoghi, le presenze umane già svanite, il passaggio del tempo verso l’eternità attraverso una tecnica originale e personalissima che unisce fotografia e pittura. Partita per un lungo vagabondaggio in India, ritorna con più di 3500 fotografie che utilizza come base per dipingere con pennelli e colori. Il quadro così ottenuto subisce un altro trattamento con una tecnica a calco. Il risultato finale viene fotografato così da restituire all’opera tutta la leggerezza dell’immagine poetica inseguita dall’artista: “Une fois obtenu ce que je voulais, je l’ai photographié“.

 

 

Questa tecnica, innovativa, non è una mera esibizione di stile, se pur finissima, ma nasce dalla forte esigenza dell’artista di comunicare le più intense emozioni vissute nei momenti della visione e dell’attrazione verso volti e paesaggi. Sono proprio le tematiche del ritratto e del paesaggio a stimolare particolarmente la fantasia dell’artista. Entrambe hanno una potenza comunicativa sorprendente, che cattura e monopolizza il nostro sguardo al punto da farci dimenticare da dove vengano i personaggi ritratti e i precisi contorni di un luogo. La Mazzuri dunque, fotografa, dipinge, coglie, ascolta: dai paesaggi aridi e violenti delle Cevannes nella sua Francia natale ai colori intensi dell’India del Nord, dalla Cupola di Santa Sofia ad Istambul, alla Basilica di San Marco a Venezia, città su cui, nell’ultimo periodo, ha concentrato la sua attenzione. Il colore delle emozioni trasfigura il ricordo, lo tinge d’ocra e di viola, di vermiglio infuocato, d’arancio e d’indaco. “Tutti i luoghi – scrive Francesca Schaal Zucchiatti, nell’introduzione al catalogo – anche i più mitici, sono un po’ il frutto della nostra immaginazione. Ne intuiamo le presenze già spirate, i passaggi dell’umanità prima di noi, l’energia si trasforma in fitte spirali di vapori, diventa eternità”. Nata nel sud della Francia, Béatrice ha iniziato a dipingere e disegnare fin da bambina. Compie studi di Lettere e Storia dell’Arte all’Università di Montpellier, per poi trasferirsi a Ginevra, dove insegna per anni Storia dell’Arte e letteratura francese continuando a dipingere e a scrivere testi d’arte e romanzi. Dal 1972 numerose mostre in Europa, Asia e Stati Uniti fanno conoscere Béatrice Mazzuri al Pubblico.

Le sue opere sono state esposte alla Galerie Royale in Lussemburgo, alla Collis a Losanna, alla Galleria Hatika in Giappone , Galerie Ares ad Instambul in Turchia, alla Fondazione HP Europe. Molti lavori sono inoltre presenti in numerose banche svizzere, come l’UBS, la Banque Clériden, la Banque Raiffeisen e la Banque Julius Baer. Nel maggio del 2012 espone le i suoi dipinti su base fotografica dedicati all’India nella personale “Cité du Temps” a Ginevra, mentre nel dicembre scorso arriva a Venezia, dove realizza una serie di lavori ispirati alla laguna d’inverno. Di due ritratti presenti nella mostra veneziana (“Jeune homme, le sourire”, ispirato ai colori pazzi della Pop Art, e “Le regard bleu”) scrive ancora Zucchiatti: “Entrambi hanno una potenza comunicativa profonda. Lo sguardo magnetico di due esseri umani che tutto divide : il sadhu nella piena saggezza della vecchiaia, il giovane dagli occhi accesi in attesa di un futuro largo e pieno, catturano e monopolizzano la nostra attenzione rendendo superflui i particolari del volto, i riferimenti dei luoghi. Non ci importa sapere da dove vengono, dove vanno, chi sono, soltanto i loro occhi comunicano, ci interrogano sulla nostra stessa esistenza, sul nostro stesso cammino”