LA NUOVA “GENESI” DI SEBASTIÃO SALGADO

Sebasitao Salgado, Penisola Antartica, 2005

Penisola antartica, 2005

Il grande fotografo brasiliano in una grande mostra a Venezia

 

Testo di Michele De Luca


     In un libro pubblicato nel 1996 dalle Edizioni Gruppo Abele di Torino (100 foto per la libertà di stampa. Fo­tografie di Sebastião Salga­do), rea­lizzato anche per promuo­vere in Italia l’azione di “Reporters sans frontiè­res”, da sempre attiva nell’impegno in difesa della liber­tà di stampa, Jean La­couture, che dedicava a Salgado (Aimores, Brasile, 1944) “conquistatore della fraternità” un’intensa presentazione, scriveva tra l’al­tro: “La fotografia pratica­ta in questo modo è parte­cipazione attiva al canto del mondo, che spesso è un canto tragico”. Che, comunque, era (ed è ancora) un inno alla vita. Una eccezionale mostra, in occasione del suo settantesimo compleanno, curata da Lélia Wanick Salgado, già presentata all’Ara Pacis di Roma, viene ora riproposta a Venezia, nella suggestiva cornice della Casa dei Tre Oci nell’Isola della Giudecca: duecento fotografie, dalle foreste tropicali dell’Amazzonia, del Congo, dell’Indonesia e della Nuova Guinea ai ghiacciai dell’Antartide; dalla taiga dell’Alaska ai deserti dell’America e dell’Africa fino alle montagne del Cile e della Siberia. “Genesi” – questo il titolo della mostra –  è un viaggio fotografico nei cinque continenti per documentare la rara bellezza del nostro pianeta.

     Le immagini esposte sono estremamente esemplificative del lavoro del fotografo, in­centrato sull’uomo, sulla sua dignità, sull’afferma­zione della sua “presen­za”, nonostante le avversi­tà, il degrado sociale ed ambientale, la violenza e l’emarginazione. Mentre le immagini televisive, se an­che riescono a mordere, “fuggono”, queste foto re­stano ferme davanti ai no­stri occhi ad inchiodare le coscienze, a raccontarci l’immane fatica del vivere, ma a darci anche testimo­nianza – in definitiva – di una fiducia irriducibile nell’uomo.

 

 Sebastiao Salgado, Isola di Siberut, Sumatra, Indonesia, 2008

  Isola di Siberut, Sumatra, Indonesia, 2008

Quello di Salgado è uno sguardo appassionato, guidato da un’urgenza di carattere etico, tesa cioè a sottolineare la necessità di salvaguardare il mondo che abbiamo avuto il dono di abitare, mostrandocelo con il suo potente bianco e nero, dopo averlo cercato con il suo obiettivo nei luoghi più sperduti e sconosciuti, in quelle  zone, sempre più rare, ancora incontaminate, dove gli elementi, la terra, la flora, gli animali e l’uomo, vivono in un’armonia che appare oggi veramente miracolosa.

     Dice Salgado: “Personalmente vedo questo progetto come un percorso potenziale verso la riscoperta del ruolo dell’uomo in natura. L’ho chiamato Genesi perché, per quanto possibile, desidero tornare alle origini del pianeta: all’aria, all’acqua e al fuoco da cui è scaturita la vita; alle specie animali che hanno resistito all’addomesticamento; alle remote tribù dagli stili di vita cosiddetti primitivi e ancora incontaminati; agli esempi esistenti di forme primigenie di insediamenti e organizzazione umane. Nonostante tutti i danni già causati all’ambiente, in queste zone si può ancora trovare un mondo di purezza, perfino d’innocenza. Con il mio lavoro intendo testimoniare com’era la natura senza uomini e donne, e come l’umanità e la natura per lungo tempo siano coesistite in quello che oggi definiamo equilibrio ambientale”. Sebastião Ribeiro Salgado nasce l’8 febbraio 1944 ad Aimorés, nello stato di Minas Gerais, in Brasile. A sedici anni si trasferisce nella vicina Vitoria, dove finisce le scuole superiori e intraprende gli studi universitari. Nel 1967 sposa Lélia Deluiz Wanick; dopo ulteriori studi a San Paolo, i due si trasferiscono prima a Parigi e quindi a Londra, dove Sebastião lavora come economista per l’Organizzazione Internazionale per il Caffè. Nel 1973 torna insieme alla moglie a Parigi per intraprendere la carriera di fotografo, lavorando prima come freelance e poi per le agenzie fotografiche Sygma, Gamma e Magnum, per creare poi insieme a Lèlia la agenzia Amzonas Images.

 Salgado, Etiopia, 2007

 Etiopia, 2007

 

Sebastião viaggia molto, occupandosi prima degli indios e dei contadini dell’America Latina, quindi della carestia in Africa verso la metà degli anni Ottanta; le immagini qui realizzate confluiscono nei suoi primi libri. Tra il 1986 e il 2001 si dedica principalmente a due progetti: prima documenta la fine della manodopera industriale su larga scala nel libro La mano dell’uomo: quindi documenta l’umanità in movimento, non solo profughi e rifugiati, ma anche i migranti verso le immense megalopoli del Terzo mondo, in due libri di grande successo: In cammino e Ritratti di bambini in cammino (Contrasto, 2000).
     Lélia e Sebastião hanno creato nello stato di Minas Gerais in Brasile l’Instituto Terra che ha riconvertito alla foresta equatoriale – che era a rischio di sparizione – una larga area in cui sino stati piantati decine di migliaia di nuovi alberi e in cui la vita della natura è tornata a fluire. Questa istituzione è una delle più efficaci realizzazioni pratiche al mondo di rinnovamento del territorio naturale ed è diventata un centro molto importante per la vita culturale della città di Aimorès. “Genesi inizia come progetto nel 2003 e dopo nove anni di lavoro viene ora presentato in tutto il mondo. La mostra è accompagnata dal libro omonimo (edito da Taschen, 2013) in cui sono fedelmente riprodotte le immagini esposte nella civettuola Casa dei Tre Oci (fatta costruire ed abitata agli inizi del ‘900 dall’artista Mario De Maria), che sono

una testimonianza e un atto di amore verso il nostro mondo. Quest’ultimo progetto di Salgado, affiancato anche dall’uscita del suo ultimo libro Dalla mia terra alla mia terra, rappresenta il tentativo, perfettamente riuscito, di realizzare una sorta di grande antropologia planetaria; ma è anche un grido di allarme per il nostro pianeta e un monito affinché si cerchi di preservare quel che resta del nostro mondo ancora incontaminato, battendosi per uno sviluppo che non sia sinonimo di distruzione.